RAGGUAGLIO

STORICO-FILOLOGICO

SUL COMBATTIMENTO

DELL’11 APRILE 1512

AVVENUTO PRESSO RAVENNA ED

IPOTESI SUL PROGRAMMA DI INTERVENTO

PER LA LOCALIZZAZIONE DELLE

FOSSE COMUNI

 

di Gian Carlo STELLA

 

Galleria fotografica.

 

 

 

COMUNICAZIONE

 letta la sera di martedì 20 marzo 2001

presso la Sala del Comune di Cervia (Ravenna)

in occasione dell’incontro promosso dall’AREA

sul tema “La Battaglia dei Francesi”,

per una ipotesi di studio da sottoporre alla richiedente

Soprintendenza Archeologica di Ravenna.

 

 

 

 

 

 

 

PREMESSA.

Nell’aprile del 1512 si combatterono presso Ravenna due battaglie: la prima tra francesi e papalini; la seconda dagli abitanti di quella città per radunare ed infossare i moltissimi cadaveri che giacevano insepolti da più giorni sul terreno e che ammorbavano l’aria.

Per Ravenna, violata anche da un oltraggioso saccheggio, furono avvenimenti memorabili, ma della ritenuta grandiosa opera di seppellimento non rimangono che vaghi e contrastanti cenni.

Vaghi perché non se ne conosce il luogo se non per approssimazione; contrastanti perché si ignora non solo il numero di queste fosse, ma anche se queste furono scavate di proposito o se i cadaveri vennero adagiati in fossi naturali od artificiali. Del resto, anche il luogo stesso della battaglia è del pari vago ed incerto.

La relazione sommaria che segue tenta per la prima volta far luce su quel periodo da angolazioni di studio mai esplorate sino ad oggi, con risultati certamente inediti ed efficaci, che auspichiamo tali da riuscire utili per una proficua ricerca sul campo. 

 

1. LE IPOTESI DI STUDIO.

Il giorno di Pasqua del 1512, narrano le cronache, si svolse nei pressi di Ravenna una battaglia, che vide i francesi affrontare e battere sul campo la cosiddetta “Lega Santa”, formata da spagnoli, napoletani, etc.

Fu una grande scontro, proseguito per circa 8 ore e dove, sempre stando alle cronache, persero la vita, a seconda di chi ne scrisse, molte migliaia di soldati; le stime oscillano dai 5.000 ai 21.000. Fu in effetti, al di là dei numeri, un vera carneficina.

Ciò che noi oggi sappiamo su quella battaglia lo dobbiamo ad antiche cronache che, se sono attente a spiegare le varie fasi dello scontro, non offrono purtroppo elementi sicuri per poterne identificare il punto preciso.

La colonna, detta “dei francesi”, venne scolpita ed eretta nel 1557, quindi 45 anni dopo quei fatti, e nel corso di questi ultimi secoli cambiò almeno tre volte posizione, sempre lungo l’argine del fiume Ronco. Quella stele in marmo venne eretta, come vi si legge, “a ricordo dei francesi e degli spagnoli qui uccisi”, e “perché il tempo non distruggesse il ricordo di questo avvenimento”. Non vi è scritto, come caparbiamente si continua tutt’oggi ad affermare con ostinazione, che indicasse il punto dove cadde il de Foix.

Su questa battaglia, per altro epocale stando agli studiosi, non molto è stato scritto; l’unico punto di riferimento, oltre la colonna, è il Mulino, chiamato oggi “Molinaccio” [presso S. Bartolo], che le cronache indicano come punto di fermata dell’esercito della Lega Santa nel suo avvicinamento verso Ravenna.

Difficile quindi, in assenza di precisa documentazione e riferimenti certi, trasferire su carta topografica il luogo e l’esatta sequenza del combattimento, dovendo anche mettere in conto, oltre la palese faziosità dei contemporanei che la narrarono, anche lo stile narrativo, barocco e fatalista.

Noi non entreremo nel merito della battaglia, e nessuno lo può fare scientificamente sulla base di quanto oggi si conosce, ma tenteremo di ricostruire oggettivamente, ovvero con dati logici e di buon senso, la logistica, la tattica e la strategia  messe in atto dall’esercito pontificio in quella porzione di terreno prima dello scontro.

Le ipotesi di studio, massimamente di arte militare, ci faranno comprendere meglio la meccanica degli avvenimenti lì accaduti; più difficile, se non impossibile, sarebbe seguire l’azione di avanzata e di contrasto messa in atto dai francesi, non avendo alcun punto di riferimento.

 

2. AVVICINAMENTO DELLA LEGA SANTA. LA LOGISTICA.

Qui bisogna sottolineare che la notizia dell’avvicinamento di una massa di soldati, ovvero di uomini atti alle armi, o per meglio dire rotti alla guerra, viene preceduta sul campo di parecchi giorni, offrendo solitamente il tempo di scampo o fuga agli abitanti delle zone attraversate. Questi ultimi solitamente portano seco le cose loro più preziose, oggetti e viveri. Se poi sono motivati o costretti, arrecano danni al loro patrimonio (distruzione delle piante, avvelenamento delle sorgenti d’acqua, etc.), perché l’“invasore” non tragga vantaggi.

 Riteniamo che la zona alla destra del fiume Ronco, tra Ghibullo e l’attuale Madonna dell’Albero, non fosse particolarmente abitata. La presenza del Mulino, per la macinazione di cereali, spiega abbastanza bene il tipo ricorrente di quelle coltivazioni. Grosso modo, è la realtà odierna.

L’esercito della Lega Santa, formata da veneziani, spagnoli e truppe pontificie, narrano le cronache fosse forte di 34.700 soldati. A questo numero dobbiamo aggiungere parecchie centinaia di “civili”, da sempre al seguito degli eserciti per espletare quelle incombenze utili sul piano logistico, come vivandieri, preparatori di cibo e di innalzamento delle tende, dei posti di pronto soccorso e degli ospedali da campo per i malati o feriti. E poi ciabattini, maniscalchi, arrotini, e giù giù sino agli assistenti spirituali (religiosi), medici, consulenti anche politici, interpreti, etc.

Tutto ciò ha un nome nel campo dell’arte militare: la logistica, scienza che deve prevedere e soprattutto provvedere all’assistenza, allo spostamento ed combattimento delle truppe operanti.

Le immagini che noi abbiamo di un avvicinamento aggressivo di un esercito rinascimentale, veicolate da illustrazioni e fiction cinematografiche, ci fanno rivivere solo una disciplinata massa di soldati con le armi alla mano che, silenziosi e con lo sguardo truce fisso in avanti, avanzano instancabili per giorni e giorni su terreni piatti.

E’ questo un luogo comune assolutamente di fantasia. Le arti della guerra, dagli antichi greci ad oggi, hanno sempre avuto regole ferree dettate dalla logica, dal buon senso sulla base della condizione umana di vivere ed operare.

Già l’apprestamento di un esercito richiedeva uno sforzo logistico notevole, costituito non solo di uomini, ma anche di un formidabile apparato di mezzi e di accessori tutti fondamentali: scale, legname, corde, pietre per arrotare, pentole, vasellame, etc.

Per il mantenimento di un corpo d’esercito di decine di migliaia di soldati era necessario uno sforzo di “sussistenza” notevole. Per provvedere al solo loro sostentamento in cibo, dovevano essere preparati e serviti giornalmente tonnellate di viveri.

Se poi l’esercito era, per dirla in termini militari, in “campagna”, le difficoltà aumentavano. Bisognava quindi, percorso un certo tratto, creare una nuova base, e per questo erano addetti soldati e civili che in estrema avanguardia dovevano riconoscere il luogo, preparare il campo, raccogliere la legna, accendere i fuochi, macellare le bestie, cucinare.

Per di più provvedere agli accorgimenti - importantissimi per motivo igienico -, dello scarico dei rifiuti organici anche umani, etc. Quindi un esercito si poneva in marcia avendo come sua condizione primaria il proprio mantenimento, e tutto era in funzione di questo. Questo dobbiamo avere in chiaro per comprendere gli avvenimenti successivi.

 

3. ARROCCAMENTO DELLA LEGA SANTA E SUO SCHIERAMENTO TATTICO-STATEGICO.

E’ dall’angolazione tattico-strategica che ora ci si deve porre per poter seguire con metodologia critica lo svolgersi degli eventi

La tattica è uno dei rami dell’arte militare, che ne stabilisce i sistemi d’impiego delle truppe e dei mezzi di combattimento; la strategia serve a determinare, coordinare e dirigere le operazioni per il conseguimento degli obiettivi. Della logistica, altro ramo dell’arte militare, abbiamo già accennato ed ancora vi torneremo.

Dobbiamo presumere, con un discreto margine di realtà, che la condizione topografica del terreno racchiuso tra l’argine destro del Ronco e la strada che da Cesena porta a Ravenna, sia rimasto pressoché immutato.

Abbiamo quindi un terreno semi agricolo, assente quasi da avvallamenti, non coperto da vegetazione, attraversato da canali, canalette e scoli. Questo è il terreno dove le prime punte avanzate di cavalleria, quindi le avanguardie della Lega Santa ed infine il grosso, frazionato in più corpi, calpestano nella loro marcia verso Ravenna, razziando o per meglio dire sfruttando al massimo tutte le risorse del territorio.

Ravenna, racchiusa entro il perimetro delle mura, con una popolazione che stimiamo in poche migliaia di abitanti, sa dell’approssimarsi degli alleati e ne conosce persino il luogo dove si è inspiegabilmente - per lei -, fermata;  da sola la città ha resistito ai ripetuti assalti dei francesi e tedeschi.

Il luogo dove la lega Santa ha posto il campo è appunto il “Molinaccio”, riteniamo l’unica costruzione in muratura di una certa mole allora esistente in zona che poteva fungere sia da punto comando che da osservazione.

Se Lega Santa non ha proseguito la marcia per Ravenna, dove tatticamente e logisticamente avrebbe potuto avere enormi vantaggi, è perché quasi certamente non lo poteva fare.

Ignoriamo il punto dell’ultima fermata dei papalini, né se questo campo abbia potuto soddisfare tutte le esigenze logistiche dell’esercito.

Ricordiamo, per dare idea della condizione umana, ben conosciuta dagli ufficiali, comandanti o condottieri, che un soldato, non importa di quale epoca, può resistere a mille disagi, farsi uccidere nei modi più truci, ma non gli si deve mai far mancare il cibo. Su questo punto il soldato non transige ed è disposto a tutto, anche a disertare o uccidere gli ufficiali, che ritiene diretti responsabili.

Non conosciamo quindi la distanza percorsa dall’ultimo tratto, che può essere stata notevole od anche breve a seconda del contesto dello sforzo fisico.

Dal “Molinaccio”, l’esercito della Lega Santa può raggiungere Ravenna in poche ore, ma preferisce non solo sostare, ma addirittura porre il campo. E ciò perché non poteva fare altro e per queste ipotesi:

1. - L’esercito era ben provvisto di mezzi ma era stanco e doveva riposare;

2. - Le informazioni ricevute (ricordiamo che l’“intelligence” ha sempre svolto primaria importanza in tutte le guerre) davano i francesi disposti alla battaglia sotto Ravenna;

3. - Se doveva combattere, preferiva farlo su proprie posizione scelte e non imposte dal terreno o dal nemico;

4. - La situazione logistica richiedeva una pausa per gli approvvigionamenti.

Certo di poter non solo resistere ma anche di battere i francesi su proprie posizioni, la Lega Santa si arrocca strategicamente al “Molinaccio”, e fa scavare “un fosso”.

Non sappiamo se questo esercito sia stato posto innanzi al “Molinaccio”, ma gli indizi topocartografici ce lo fanno supporre come molto probabile. Il campo invece poteva essere all’interno del corpo dell’esercito, da dove giornalmente, lo ricordiamo, dovevano transitare uomini, bestie, carri e carrette con tonnellate di materiale necessario per il sostentamento e la vita dei soldati.

 

4. IL TRINCERONE DELLA LEGA SANTA.

L’ipotesi studiata dallo Stato Maggiore italiano alla fine dell’800, in una bella, efficace carta, ci illustra uno strano arroccamento della Lega Santa: infatti racchiude in un trinceramento quadrato tutto quell’esercito; tre lati costituiti da un trincerone, il quarto dalle sponde del fiume Ronco. Un piccolo varco, parallelo al fiume, è quello di cui si parla nelle cronache, di 13 metri, lasciato aperto dai papalini per farvi sortire la cavalleria.

Questa ipotesi ufficiale non può trovare la sua logica nemmeno in un campo vastissimo di parecchi chilometri, poiché sarebbe comunque un trinceramento aggirabile da tutti i lati e battuto dal tiro formidabile delle artiglierie estensi. Oltretutto manca completamente la via del ripiegamento tattico o del riposizionamento.

L’arte della guerra, e soprattutto l’esperienza millenaria della guerra, ha dato come assodati alcuni principi che non possono essere derogabili se non imposti da necessità contingenti.

Ovvero ogni predisposizione di un piano di battaglia, sia offensivo ma soprattutto difensivo, deve considerare in ipotesi e sul piano pratico la via del ripiegamento.

Se questo non viene stabilito, e quindi nell’assenza di ordini in questo tipo, è istintivo e naturale che il soldato ripieghi sul punto dove ha mangiato, riposato od ha vissuto in pace l’ultima volta.

Quindi, a nostro giudizio, la Lega Santa deve aver fatto costruire il “fosso” innanzi a lei, a sua protezione, verso Ravenna, verso i nemici e la città da liberare, ad angolo retto dal fiume Ronco, casomai continuandolo parallelo al fiume, ma lasciando libera la zona che avevano sin lì percorso, sotto il “Molinaccio”. Quindi un trincerone che proteggesse la fronte ed il fianco destro; alla sinistra l’argine del Ronco faceva la bisogna; sotto il campo e la via da dove erano venuti.

Questo trincerone non poteva essere molto profondo; non lo consente la natura del terreno che non permette scavi profondi per l’acqua che subito affiora a poco più di una metro.

La terra ricavata dallo scavo doveva servire come piattaforma delle artiglierie, per avere un campo di tiro allungato.  Non è improbabile che abbiano conficcato pali appuntiti verso probabili attacchi offensivi, rendendo la difesa del campo più congeniale ed efficace.

Qui, l’11 aprile 1512 i papalini vengono attaccati dai francesi, forti di circa 28.000 soldati, ed efficacemente - si dice -, battuti dall’artiglieria estense; il varco spagnolo di 13 metri, anziché sfruttato da chi lo aveva predisposto, utilizzato da Gastone di Foix che vi troverà, con la vittoria del suo esercito, anche la morte.

 

5. QUALCHE SPUNTO SULLA BATTAGLIA.

Alle otto del mattino, narrano le cronache,  si accese la battaglia, che si concluderà alle 16 di quello stesso giorno.

Probabilmente l’esercito della Lega Santa, avendo per sua scelta tattico-strategica deciso per la difesa, non ha operato con diversioni di truppa al di fuori del suo campo trincerato. Possiamo anche supporlo dal fatto che lasciò aperto solo un varco di una decina di metri per eventualmente permettere alla propria cavalleria di uscire dal campo e dirigersi verso lo schieramento avversario per provocarne lo sbandamento o l’arretramento, alleggerendo così la pressione dal fronte verso Ravenna.

Quindi ipotizziamo che il grosso della difesa spagnolo fosse rivolto verso Ravenna, dove si era certi che l’esercito francese non avrebbe potuto averne ragione. Questi ultimi potrebbero aver provato ad assaggiare la consistenza dello sbarramento, oppure subito rivolgere tutte le loro più convincenti attenzioni verso il lato meno guarnito, ovvero quello che correva parallelo al fiume Ronco.

Questa spiega perché i papalini non riuscirono a tamponare la pericolosa falla da dove stava entrando Gastone de Foix, che permetteva ai francesi di penetrare nel campo trincerato.

Quindi tutto dovrebbe essersi svolto in questo interno, prima martellato dalle artiglierie estensi poste ad est, poi subendo ripetuti assalti di cavalleria ed all’arma bianca.  

Aldilà del numero delle vittime di questa guerra, il combattimento che si svolse dovette essere molto cruento.

Dobbiamo immaginare l’armamento dell’epoca, fatto di strumenti difensivi ed offensivi tanto primitivi quanto efficaci. Armi da taglio, da botta, da lancio, etc.; spade, spadoni, spadini, stiletti, pugnali, mazze di tutti i tipi, asce, alabarde, lance, bombarde, colubrine.

Più che altro, era il corpo a corpo che solitamente risolveva sul campo la vittoria. Mischie indescrivibile di uomini inferociti, di mani che brandivano armi le più strane, che squarciavano letteralmente membra, staccavano teste, amputavano arti; tutto un agitarsi di uomini, di colori, di urla e grida nelle varie lingue o dialetti, dove il combattente smarriva qualsiasi cognizione del luogo e del tempo, dove tutto era arrossato. E poi il bruciore della sete, fumo, odori nauseabondi, incitamenti, parole di sfida, minacce e parole offensive che toccavano l’onore.

Un combattimento, all’arma bianca, che non poteva proseguire per molto, per l’impossibilità fisica umana di brandire continuamente armi, tentare di offendere e ripararsi con lo scudo dalle offese, tra l’agitare di drappi colorati, di segnali con bandiere, di suoni lugubri di corni e rullii di tamburi che spesso nemmeno erano veduti od uditi dal tremendo fragore umano, dall’enorme grido collettivo che si spargeva a chilometri di distanza. Come fare a riconoscere il compagno, l’amico, il nemico o l’alleato; ognuno aveva una visione talmente ristretta che a mala pena poteva scorgere solo ciò che gli stava innanzi, e nemmeno poter manovrare col terreno cosparso di membra, di cadaveri, di moribondi, di rottami di ogni genere, inciampando e maledicendo. Troppo spesso non era possibile vedere nemmeno come e da chi giungeva la morte.

Non era una mischia generale, ma una immissione in questa fornace di uomini e uomini, sinchè, da una parte o dall’altra, i soldati stessi, avvertendo l’impossibilità della lotta, abbandonavano il campo; fuggendo con l’unico pensiero di salvare la propria vita, sordo ai richiami, agli incitamenti.

Molte le cause che possono determinare la rotta di un esercito; la caduta di un capo prestigioso, di un condottiero, del punto di riferimento umano, oppure la visione del disastro, ma soprattutto del panico, di quel panico ben conosciuto anche dalle massicce e ferree legioni dell’antica Roma.

 

6. I MORTI DELLA BATTAGLIA. IL BOTTINO. LE SPOLIAZIONI.

Nella stele viene ricordata il sacrifico di 20.000 soldati francesi e spagnoli, ma è impossibile poterlo stabilire con esattezza, non esistendo documenti che accertino il numero esatto dei partecipati lo scontro e di quanti ne uscirono poi vivi. Complessivamente, narrano sempre le cronache, si batterono 62.100 soldati; 34.700 della Lega Santa contro 27.400 franco-tedeschi.

Sebbene la cifra dei caduti da alcuni storici sia stata ridimensionato a 8.000, e da altri anche a 5.000, purtuttavia a noi pare comunque molto elevata.

Poche migliaia di morti sono una cifra considerevole, e per accertarsene è sufficiente calcolare lo spazio fisico di ciascun corpo per il numero desiderato.

Una teoria di cadaveri lunga 2 km e 500 metri (dico: due chilometri e cinquecento metri), è composta da 5.000 cadaveri, calcolando 50 cm. per ogni corpo in larghezza. A questa massa dobbiamo aggiungere anche gli animali: cavalli, buoi, cani, etc.

Dobbiamo anche considerare che molti cadaveri, anche dei nemici più importanti o valorosi, vennero sepolti dagli stessi vincitori in quella giornata; ed è inconcepibile che i francesi abbiano lasciato insepolti i propri soldati che sacrificarono la vita per quella causa. Gli stessi soldati superstiti non avrebbero lasciato insepolti i loro compagni caduti. Le salme dei condottieri vennero avviate ai loro paesi di origine, altri vennero sepolti in una vicina cappella e 300 “cavalieri” seppelliti sùbito dai francesi a Ravenna.

Era poi usanza, ma più che altro una prerogativa tanto del soldato quanto soprattutto del mercenario, del diritto di preda ed anche della spoliazione dei cadaveri. Immaginare, come narrano le cronache, che il campo di morte non venne toccato e che tra la carne dei caduti luccicassero corazze d’oro, è puerile e non conviene commentare ulteriormente la notizia.

Rimane il problema dei tantissimi cadaveri, di cui i francesi non si fecero carico, rivolgendo le loro attenzioni alla città di Ravenna dove entrarono e che misero a sacco.

Otto giorni dopo la battaglia, continua la cronaca, il lezzo dei cadaveri si avvertiva talmente forte a Ravenna, tanto da auspicare che inducesse i francesi a togliersi dalla città.

Caso unico, continuano le cronache, nessuno toccò quel campo di morte per prelevarvi materiali od oggetti.

Ciò a noi non pare poiché, ricordiamolo, pezzi di stoffa, metalli, spade, corde, tavolati, legname etc. rappresentavano cose preziose che avrebbe indotto anche il più timoroso ad inoltrarsi in quella terra di morti pur di trarne vantaggio.

Noi riteniamo che i francesi abbiano prelevato dal campo, subito dopo la battaglia, tutto quanto poteva loro servire; avevano tempo ed era un diritto del soldato, che vi trovava così la paga del suo sacrificio.

Ma il campo era tanto vasto che molti oggetti dovevano essere rimasti.

 

7. LE FOSSE.

Per togliere Ravenna dal lezzo che ammorbava l’aria, i maggiorenti della città decisero di provvedere a recarsi sul campo per dare sepoltura ai caduti. Su questo punto non esiste alcuna cronaca.

Possiamo ipotizzare che per questo ufficio vennero allestite delle squadre con carri, carrette, carriole, vanghe e badili.

Di certo, se scavarono ex novo una o più fosse, questa doveva essere nel punto più prossimo dei cadaveri, per evitare lunghi via vai e dispersione di energie. Con lunghi bastoni provvidero a “staccare” il corpo da terra o da altri corpi, a depositarli sulle carrette e quindi “scaricarli” nella fossa.

Un lavoro ripetitivo, ingrato ma anche appagante per chi poteva essere alla ricerca di materiale vario.

La fossa non poteva essere molto profonda, come abbiamo veduto, quindi dovettero essere più di una.

Noi siamo più propensi a ritenere che i ravennate abbiano utilizzato tutto il trincerone della Lega Santa, ed in seconda ipotesi una parte dello scolo Arcabologna, scolo che attraversava il campo in senso quasi parallelo al fiume Ronco.

 

8. CONCLUSIONI ED AUSPICI.

Se ci è sufficientemente chiaro come può essersi svolta con buona probabilità la preparazione per la battaglia di Ravenna, solo una ricerca sul campo potrà confermare od aggiustare alcune considerazioni qui riferite.

 Un esame scientifico utilizzando cercametalli indirizzerà nei sondaggi che se avranno - come siamo certi -, esito positivo, potranno finalmente svelare, dopo quasi 500 anni, non solo il luogo dove si è combattuta la famosa battaglia, ma anche di osservarne il punto preciso ed  resti di qui soldati che vi perirono.

Una campagna di ricerca, promossa dalla Sovrintendenza ai Monumenti  di Ravenna, non presenta difficoltà particolari. E’ auspicabile programmare una prima fase ricognitiva della zona indicata, con apparecchiature elettroniche messe a disposizione dell’AREA di Cervia e con piccoli assaggi di terreno per accertarne la natura, entro l’estate del 2001.

I risultati di questa esplorazione superficiale e gli assaggi del terreno, scientificamente annotati, siamo certi porteranno a risultati di indirizzo preciso sia del campo di battaglia che delle fosse comuni.

A questo punto potrà iniziare la vera e propria campagna di scavo che finalmente riaprirà una pagina di storia da secoli ancorata nella sola memoria.

 

Gian Carlo STELLA

Fusignano, 19 marzo 2001