Aereo di San Bernardino (Ravenna) Italia.

Pilota: Alfiere Capo Hans J. Fischer.

Velivolo Messerschmitt bf 109G

Abbattuto il 22 Marzo 1944.

Recupero del 13 Agosto 1998.

 

 

INTRODUZIONE (Gian Carlo Stella)

Nel primo pomeriggio del 22 marzo 1944, un aereo militare tedesco, dopo breve e violento combattimento aereo, ad altissima velocità si schiantava al suolo conficcandosi a circa 8 metri di profondità presso un paesino della Romagna. Le autorità militari germaniche, intervenute sul luogo, constatarono il disastro, tentarono il recupero dei resti del velivolo e nello scavo, che richiusero dopo alcuni giorni, interrando quei pochi resti del pilota trovati sparsi all’ingiro.

A distanza di oltre mezzo secolo, occasionalmente sulla stampa locale si parlò di quel lontano fatto, ma solo come curiosità, risvegliando ulteriore interesse da parte del locale presidente dell’“Avioclub”, Leo Venieri, la cui nascita in qualche modo si collegava a quell’avvenimento bellico. Le sue indagini presero maggior vigore e si indirizzarono ad individuare il punto esatto dell’impatto, a cercare testimonianze, delineare la cornice storica e conoscere soprattutto il nome di quel pilota.

Alle sue ricerche, si affiancarono via via ricercatori, studiosi ed enti militari sia in Italia che all’estero.

Tutto però era aleatorio, vago, incerto, sfuocato. Infatti non era certo che l’aereo, o parte di esso, si trovasse ancora in loco; per il tremendo schianto poteva essersi disintegrato od al limite alcune sue componenti inghiottite da una sotterranea vena d’acqua, quella stessa che già nel lontano 1944 aveva fatto sospendere i lavori di recupero. Oltretutto era trascorso oltre mezzo secolo, e l’eventuale azione corrosiva del terreno poteva aver completato la distruzione di quel poco che rimaneva.

Se questa era l’incognita “sul campo”, difficoltà maggiori si ebbero sul versante storico. Questo perché caparbiamente si volle collegare il giorno dell’abbattimento (che in effetti avvenne il 22 marzo 1944) con la nascita dello stesso Venieri (16 marzo 1944), sulla base dei ricordi della sua stessa madre che soleva ripetere: Tu sei nato quando, durante la guerra, in cielo stavano combattendo dei velivoli tra loro nemici.

Quel marzo di guerra non vide in Italia molti combattimenti aerei, puntualmente elencati dall’esperto Gabriele Valentini, ma a propendere per una azione di guerra “non segnalata” storicamente era determinata anche dal fatto che nessuno di questi abbattimenti sembrava avessero interessato il territorio lughese.

Si poteva però venire a capo della questione attraverso un altro aspetto dell’intricata vicenda, sulla base di un dato certo: le autorità germaniche intervenute sul luogo della caduta, recuperarono alcuni resti del pilota. Ancora non si sapeva che quelle povere spoglie erano state dai tedeschi seppellite nel luogo della caduta dell’aereo. Quindi vana fu la ricerca sia presso il cimitero tedesco del Passo della Futa che presso l’autorevole Volksbund di Roma. Non esistevano notizie di piloti germanici caduti in quella zona in quel mese di marzo.

Eppure l’aereo era davvero caduto ed alcuni resti del pilota era stati recuperati già all’epoca. Le ricerche quindi proseguirono caparbiamente su tutti i versanti. Una svolta decisiva avvenne sul campo nel 1998 quando, attraverso un potente rilevatore metallico, si individuarono due grosse masse ferrose giacenti ad oltre 6 metri di profondità. Ebbe quindi inizio lo scavo per verificare la natura di quei segnali, e così avvenne in breve tempo il recupero del relitto. Non solo rivide la luce buona parte dell’aereo, quasi disintegrato, ma anche quasi tutto il corpo del pilota, ancora allacciato al suo posto di guida che, per un insieme di cause naturali, conservative, non si era completamente mineralizzato. Dalla piastrina di riconoscimento, ritrovata nel suo portamonete, si seppe essere un ventenne di Diez, Hans Joachim Fischer, alfiere capo della Luftwaffe, nominato ufficiale il 1° marzo 1944 ed in attesa del grado

Nel frattempo la cornice storica era stata sufficientemente delineata, anche grazie al coinvolgimento di uomini ed istituzioni d’Italia, di Germania e degli USA: si ebbero contatti persino con l’ufficiale pilota americano compagno di stanza dell’abbattitore di Fischer. E sempre dagli USA sarà forse possibile ottenere addirittura il filmato dello scontro aereo, girato dalla telecamera posta sul cannoncino dell’aereo americano e puntata sul velivolo tedesco !

La questione storica dello scontro aereo non si era potuta sciogliere prima perché, oltre il grave errore della data (16 anziché 22 marzo 1944), l’avvenimento era stato segnalato dai tedeschi a 10 km. presso Ferrara, mentre la fonte ufficiale americana era vaga sul punto.

A Fischer venne fatto onorevole funerale in Lugo, con grande partecipazione di autorità italiane e tedesche; la folla straboccò dalla chiesa, e le spoglie avviate al Passo della Futa.

A questo punto rimangono insoluti diversi aspetti di questa storia, come ripetiamo accaduta ai primi del 1944, quando cioè la macchina amministrativa, oltreché bellica, tedesca era nella sua piena efficienza. Perché lo Stormo di provenienza, che pur lo diede per disperso, non venne mai informato dalle stesse autorità tedesche intervenute sul luogo del disastro ? Questo è inspiegabile in quanto la centrale operativa della Luftwaffe in Italia non doveva che ricevere e trasmettere d’ufficio allo Stormo una informativa che essa stessa aveva raccolto (se sul luogo del disastro intervenne la Luftwaffe), oppure ricevuta da altri e fatta pervenire all’ufficio di collegamento preposto a questo scopo. Questo rapporto, che riferiva di un aereo e del suo pilota deceduto, in qualche modo non pervenne, oppure non conteneva elementi identificativi. In quest’ultimo caso, sarebbe stata loro cura disporre una successiva indagine.

Quel punto di impatto-sepoltura non è stato oggetto neppure nel dopoguerra di attenzioni da parte di alcuna autorità, proprio quando si vollero radunare i caduti tedeschi nel cimitero del Passo della Futa. Fu proprio, anche all’epoca, un “dimenticato”.

La madre stessa di Fischer, come abbiamo veduto dalla sua domanda di notizie presso la Croce Rossa Tedesca, ancora al 1950 ignorava la sorte dell’unico figlio, che “terzi” (e con questo termine si deve intendere una persona fisica, non una struttura governativa) le avevano riferito essere disperso “tra gli Appennini e Venezia “ !

Altro punto che non trova spiegazione riguarda il tipo del caccia americano che si scontrò con la squadriglia di Fischer, indicato dai tedeschi come P-47 anziché P-38. Grave errore, almeno per noi ricercatori che amiamo il dettaglio, poiché il P-38 aveva una sagoma inconfondibile in virtù delle due code.

Forse queste ultime sono piccole cose, in rapporto all’impensabile sviluppo che ha avuto questa avventura portata avanti con passione, come si troverà descritto in questo volume dalla stessa penna dei protagonisti.

Doveroso qui ricordare che il fatto storico è stato sempre accompagnato, guidato, forse preceduto dal risvolto umano che ne ha stimolato e caratterizzato l’impegno, secondo il senso romano della “pietas”.

Su questo avvenimento, che ha avuto grande risonanza in campo nazionale, per testimoniare il lungo tragitto di speranze, delusioni e vittorie, si basa il presente testo, a ricordo di una straordinaria avventura, nata da una tragedia collettiva prima che individuale, sepolta e dimenticata a due passi da casa.

 

La ricerca e l’identificazione del luogo di caduta del Me 109 (Enzo Lanconelli).

Cominciai ad interessarmi alla vicenda del Messerschmitt grazie all’articolo apparso sul “Resto del Carlino” il 17 ottobre 1996. Come appassionato di ricerche storiche “in situ” sui campi di battaglia delle due guerre mondiali e con una esperienza pluriennale sui metal-detector e sul loro uso mi misi immediatamente in contatto con il sig. Leo Venieri offrendogli se necessario tutto l’aiuto possibile alla ricerca.

Chi è ricercatore come me potrà capire con quale entusiasmo misto a incredulità ci si avventuri in una vicenda simile: un Messerschmitt e per giunta con il pilota a bordo!

Le ricerche si svolsero su due direzioni: una finalizzata alla localizzazione del punto esatto dove si presumeva si trovassero i resti dell’aereo, l’altra invece aveva come scopo il recupero dei numerosi frammenti sparsi nella campagna. Occorre infatti sapere che l’impatto di un aereo al suolo produce centinaia di frammenti metallici, i più piccoli delle dimensioni di un’unghia, i quali poi con gli anni vengono ulteriormente sparsi con la lavorazione della terra. Non avendo nessun dato preciso sull’identità del pilota si sperava di ritrovare qualcosa di personale oppure che portasse all’identificazione dell’aereo, ma era come cercare il classico ago nel pagliaio. Dopo numerose domeniche spese a girovagare sul campo, tra i numerosi chili di lamierini contorti, tubetti, rivetti, ecc. rinvenimmo due oggetti particolari: un bottone bruciacchiato della Fliegerbluse (giacca di volo) del pilota e la corona esterna di un orologio da tasca sistema Roskopf visibilmente danneggiato per l’impatto.

Se la ricerca dei frammenti dava i primi frutti, altrettanto non si poteva dire della localizzazione dell’aereo. Le testimonianze lo facevano giacere ad una profondità non inferiore ai 4 metri, e teoricamente quella era la portata massima dei nostri strumenti di ricerca, ma nonostante i ripetuti tentativi non ottenevamo alcun risposta positiva dal metal detector; se effettivamente c’era qualcosa doveva trovarsi ad una profondità ben maggiore anche perché un impatto del genere avrebbe dovuto lasciare, in teoria, una specie di scia, di traccia, sotto forma di frammenti metallici più o meno grandi che dal relitto tendono a trovarsi verso la superficie.

Eravamo arrivati purtroppo ad una battuta d’arresto: senza la localizzazione del punto esatto non si poteva certo partire scavando a caso in un’area di circa 15 m. x 15 m., per di più con un impianto di peschi.

Decidemmo quindi di chiedere l’aiuto dell’AREA di Cervia (Associazione Ricercatori per l’Ecologia e l’Ambiente), alla quale, ancora una volta va tutta la nostra riconoscenza per il fondamentale apporto che ha dato. La suddetta associazione, composta esclusivamente di volontari, offre la sua preziosa collaborazione per ricerche di carattere storico, ambientale ed ecologico mettendo a disposizione materiali e tecnologie molto avanzate, tra cui il metal detector “Pulse Star”, un eccezionale strumento la cui potenza di azione raggiunge gli oltre i dieci metri di profondità.

Il 31 maggio 1998 un primo esame sul terreno dava il segnale che tanto aspettavamo: il metal detector dell’AREA localizzava una notevole massa metallica, ad una profondità stimata sui 6 metri, all’incirca nella zona dove i testimoni oculari ricordavano la voragine dell’impatto. Dopo 54 anni l’aereo, solleticato dal flusso elettromagnetico, si faceva di nuovo udire: non più l’imperioso frastuono del motore o il feroce cantare delle mitragliatrici ma solamente il suono del metal detector, suono che ai più potrà sembrare lamentoso, quasi fastidioso, ma per chi è ricercatore come noi equivale, senza falsa retorica, al canto delle sirene di Ulisse, e come le sirene ora il Messerschmitt si stava chiamando, celato da metri e metri di argilla, eppure finalmente così vicino.

 

13 agosto ’98: cronaca dello scavo (Lanconelli)

La localizzazione di una notevole massa metallica, avvenuta il 31 maggio ‘98, aveva riempito gli animi di un nuovo vitale entusiasmo per il proseguimento dell’avventura. La profondità stimata, non inferiore ai 6 metri, rendeva però alquanto problematico il recupero. La preoccupazione maggiore era data dall’eventuale presenza dell’acqua di falda, che nelle nostre campagne è solitamente molto più in superficie. Si optò quindi per intervenire nel pieno dell’estate quando la falda raggiunge il suo punto più basso.

L’operazione di scavo venne pianificata dal sottoscritto in qualità di geometra della ditta S.I.R.T. SRL di Ravenna e dal sig. Daniele Benzoni di S. Pietro in Vincoli, il quale mise a disposizione il proprio escavatore cingolato rotante.

Il 12 agosto, alle 11,15, un autoarticolato iniziò una difficile manovra per svoltare nella carraia trasportando il grosso cingolato presso il podere. Ormai tutto era pronto, e molti quella notte faticarono a prendere sonno tanta era l’emozione per l’operazione [che doveva svolgersi il giorno seguente].

Veniamo dunque al 13 agosto quando, alle 7,00 avviene il primo incontro presso il Bar a S. Bernardino: un caffè, un brindisi, e la consapevolezza che sta iniziando una giornata indimenticabile. Per qualcuno è un sogno che si sta avverando, è per altri il giusto coronamento dopo tanto tempo speso in ricerche, per altri ancora semplice curiosità, come per la piccola folla che già si è radunata presso il campo, ancor prima che l’escavatore sia in moto.

Per una maggiore chiarezza e semplicità di narrazione la cronaca di quel giorno verrà scandita cronologicamente.

Ore 7 - Ritrovo presso il podere: viene recintata l’area di intervento, mentre l’escavatore procede all’abbattimento di 10 peschi e alla pulizia del terreno.

Ore 7,25 - Con l’area perfettamente sgombra, viene fatto un’ulteriore passaggio con il metal-detector “Pulse Star II” che senza l’impedimento dei peschi centra il punto esatto dove “sente” la massa.

Ore 7,40 - Dopo un rapido summit, per decidere la posizione dell’escavatore, il suo raggio d’azione e l’area dove svuotare la benna (e dove presumibilmente si formerà una montagna di terra, inizia lo scavo: alla profondità di m. 1,50 vengono ritrovati alcuni piccoli frammenti di alluminio, completamente divorati dall’ossidazione.

Ore 7,50 - Prima grossa sorpresa: alla profondità di 3 metri vengono ritrovate alcune ossa umane assieme a pochi chiodi arrugginiti, resti di una piccola cassetta di legno ormai distrutta dal tempo. E’ una scoperta importantissima, perché conferma quel poco che si sapeva d’allora, e cioè che i miseri resti recuperati furono messi in una cassettina e sepolti nella voragine dell’impatto e dunque si stava scavando nel punto esatto !! Viene fatta una attenta ricerca della piastrina, ma non viene trovata.

Ore 8,30 - Riprende lo scavo. A 4 metri di profondità emerge un pezzo del tettuccio dell’abitacolo. Vengono fatti dei sondaggi, sul fondo dello scavo, con una sonda metallica, e seconda grossa sorpresa: dall’argilla perforata dalla sonda fuoriesce un liquido giallastro, spinto in alto dalla pressione esercitata dal terreno. Si percepisce chiaramente un odore simile alla benzina. A lungo si sarebbe discusso sull’identità di quel liquido, che altri non è che un misto di benzina, liquido di raffreddamento e acqua di falda, colorato di giallo dal sacchetto di “fluorescina” che i piloti tedeschi portavano addosso e che si ruppe al momento dell’impatto (la fluorescina è una sostanza in polvere contenuta in un sacchettino impermeabile che i piloti portavano con sé in volo: se precipitavano in mare, sia che indossassero il salvagente o stessero sul battellino, laceravano il sacchetto e versavano la polvere in mare, creando una macchia di colore giallastro sulla superficie del mare grande parecchie centinaia di metri quadrati e quindi ben visibile dagli aerei di soccorso).

Ore 9,15 - Alla profondità di m. 4,5 emergono alcuni pezzi di metallo contorto uniti a frammenti di gomma. La sonda metallica, infissa nel terreno, comincia ad urtare del metallo.

Ore 9, 30 - Alla profondità di metri 5,5 la benna torna in superficie carica di frammenti relativamente minuti e sul momento di difficile interpretazione.

Ore 10,05 - Finalmente, alla profondità di metri 6, si raggiunge l’abitacolo, infisso in verticale. Abbiamo quindi la conferma che la coda fu asportata dai recuperatori del 1944. Con un totale di 3 sbennate vengono riportate alla luce la carlinga, l’abitacolo, i resti del pilota e il cannoncino da 20 mm. tutti uniti in un indistricabile confusione di lamiere contorte, tubi, pezzi di gomma, pezzi di strumentazione, fango. Dall’esame dei resti ed dalla profondità di ritrovamento si comincia a comprendere quanto deve essere stato devastante un impatto del genere, stimato a 700 km/h.

A questo punto lo scavo viene sospeso per permettere al personale di recuperare, separare e trasportare il materiale emerso e in particolare di comporre, per quanto possibile, i resti del pilota.

La prima cosa che comunque salta agli occhi è il cannone da 20 mm: pur piegato dall’impatto, appare ancora integro, e con notevole difficoltà viene liberata la culatta di questo dall’intrigo dei rottami. Nell’impatto ha troncato il pilota all’altezza del ventre e ne conserva ancora le tracce.

Il corpo del pilota appare compresso, schiacciato, spezzato in due ma ancora legato al seggiolino e al paracadute e con indosso i vestiti, lacerati ma ancora sani: la mancanza di ossigeno ha permesso una eccezionale conservazione. Vengono ritrovati anche i due stivali di volo con all’interno i resti degli arti inferiori e dei piedi racchiusi nei calzini. Sopra un lenzuolo vengono stesi il paracadute, i pantaloni e la giacca di volo, la “fliegerbluse”, dalla quale si recuperano le mostrine, una spallina e

il distintivo di pilota in stoffa. Una curiosità: sia sulla giacca che, come vedremo più avanti, sulla bustina, non sono state ritrovate le regolamentari aquile della Luftwaffe, che in questo caso dovevano essere di stoffa.

Viene ritrovato il cinturone (da ufficiale) con annessa fondina in cuoio: all’interno, altra sorpresa, una pistola italiana, la Beretta mod. 34 cal. 9 corto in dotazione alla forze armate nazionali.

Una volta recuperati i vari indumenti di volo, si provvede ad una accurata ispezione degli stessi. Nelle tasche dei pantaloni, integri dalla cintura sino all’altezza delle ginocchia, vengono rinvenuti:

a) un portafogli in pelle contenente numerose banconote (marchi e lire) perfettamente conservate, alcuni foglietti recanti scritte a mano, un il libretto di volo del pilota con fotografia purtroppo completamente sbiadita, una tessera per l’ingresso in casa di tolleranza.

b) un borsellino la cui apertura fa mettere un improvviso e spontaneo grido di gioia ai recuperatori, infatti assieme ad alcune monete vi è anche un piccolo astuccino in fine pelle contenente a sua volta un oggetto preziosissimo, unico, e cioè la piastrina di riconoscimento. Questa appare subito perfettamente conservata e leggibile e ci permetterà, finalmente di dare un nome alo sfortunato aviatore (per chi non lo sapesse, le piastrine tedesche non recano il nome del titolare ma solamente un codice, per cui per risalire alle generalità del caduto occorre consultare gli archivi militari).

Scemato per un istante l’entusiasmo per la piastrina, l’attenzione viene ora calamitata da un altro oggetto che è ancora in fondo allo scavo: in un attimo la benna lo afferra e lo riporta in superficie, si tratta del battellino di salvataggio, che altro non è che un piccolo canotto gonfiabile.

12,30 - Giunge il necroforo del comune di Lugo portando una cassa in truciolare che dovrà contenere i resti del pilota, assieme agli indumenti. Passerà a riprenderla nel pomeriggio, quando sarà completato il recupero.

12,20 (sic) - Terminato il recupero del materiale riportato in superficie, l’escavatore deve ora affrontare la prova più difficile: il motore del Messerschmitt.

Paurosamente posizionata sull’orlo della voragine, la macchina operatrice distende tutto il suo braccio (lungo mt. 6,60), morde il terreno finché può ma riesce solo a grattare il motore che rimane inglobato dal terreno. Si rende necessario quindi una nuova operazione. L’escavatore si allontana dal bordo scavo, sale sulla montagna di terra che ha prodotto e inizia a scavare una seconda bocca accanto alla precedente, delle dimensioni necessarie per ospitarlo e della profondità di circa mt. 1,50.

Fatta la buca, il cingolato vi scende e si trova così ad aver guadagnato quanto basta per tentare il sollevamento del motore. La particolare benna a testa snodabile “scalza” quest’ultimo liberandolo tutt’intorno dalla morsa del terreno e, agganciatolo, lo riposa in superficie.

Purtroppo manca una bancata, o meglio mancano i cilindri di una bancata (il motore Daimer Benz è a 12 cilindri a “V” rovesciata) mentre i pistoni appaino piegati e stirati dall’impatto con il terreno al momento dell’impatto.

All’appello mancano ancora il gruppo riduttore e l’elica. Si sava ancora sotto il livello dove era posizionato il motore, ma non si trova più nulla (era comunque impossibile che si fossero interrati, in quanto girando ad altissima velocità come toccarono il suolo saltarono chissà dove; se invece il motore fosse stato spento probabilmente sarebbero sprofondati anche loro).

Ore 13,30 - Non essendovi più nulla, si inizia a richiudere lo scavo, operazione che richiederà quasi due ore.

Nel frattempo, nell’area dove sono stati scaricati i materiali recuperati, continua un’attenta operazione di pulizia, cernita e riconoscimento dei resti dell’aereo. Si riconoscono subito frammenti del cruscotto, numerosi strumenti e indicatori, la cloche, una delle due mitragliatrici MG 131 da 13 mm. Ancora una sorpresa: all’interno di un frammento di lamiera contorto  e ripiegato viene ritrovata la bustina del pilota, anch’essa perfettamente conservata.

Ore 16,30 - Si provvede a caricare su un autocarro tutto il materiale recuperato e al trasporto della stesso al campo di volo dell’Avioclub.

Ore 17.00 - L’operazione può considerarsi conclusa.

 

Il recupero della salma del pilota e l’accertamento necroscopico (Norino Cani).

Il recupero dei resti di un aereo da caccia tedesco della seconda guerra mondiale iniziò la mattina del 13 agosto 1998 in Carrara Ghedini in frazione San Lorenzo di Lugo.

Alle ore otto, a tre metri di profondità, venivano in luce i resti di una cassetta di legno che conteneva i resti umani appartenenti al pilota e recuperati dopo la caduta, il 22 marzo 1944, più precisamente la testa e la diafisi dell'omero sinistro, le due clavicole, la prima costa sinistra e parte dell'osso mandibolare.

Il ritrovamento del corpo dei pilota compresso tra i rottami della carlinga dell'aereo avvenne alle ore 11 ad una profondità approssimativa di 7 metri.

All'esame esterno si presentava privo degli arti superiori e del cranio (esplosi nell'impatto e recuperati, in parte, nella cassettina di cui sopra) ancora contenuto nel vestiario: canottiera, camicia, giubbetto, calzoni d'ordinanza e calzoni della tuta, mutandoni lunghi, calzettoni e scarponi.

Alla tenuta di volo era agganciato il paracadute e il contenitore del battellino di salvataggio con la bomboletta per il gonfiaggio.

Nella tasca posteriore destra dei pantaloni era un portafoglio con 14 banconote tedesche e una italiana, 2 francobolli, una fotografia completamente sbiancata, un documento di riconoscimento illeggibile, una tessera di accesso a casa di tolleranza e alcuni foglietti con liste di vestiario. Nella tasca anteriore destra, sempre dei calzoni d’ordinanza era un fazzoletto da naso e un borsellino contenente due monete delle colonie francesi (Tunisia), tre tedesche, due italiane e la piastrina di riconoscimento.

Alla vita portava un cinturone di cuoio e la fondina con una pistola semiautomatica Beretta mod. 34 cal. 9 corto, alla gamba destra la pistola lanciarazzi e a quella sinistra le cartucce di segnalazione.

Non ancora completamente mineralizzato il corpo si presentava saponificato con tutte le ossa fratturate e gran parte dei legamenti e della cute, specialmente agli arti inferiori, ben conservati.

All'ispezione del tronco non si sono notati fori di proiettili nei vestiti che facessero supporre ferite mortali riportate nel combattimento che ha portato alla caduta dell'aereo, mentre per gli arti inferiori, dei quali il sinistro non era in connessione anatomica, le lesioni riportate al momento dell'impatto non hanno permesso di rilevare indizi in tal senso, è comunque sicuro che il pilota, al momento dello schianto, non era in posizione eretta ma bensì reclinato sul lato destro.

Considerando le testimonianze oculari è certo che l'aereo cadde al suolo a tutta velocità sfiorando una casa con una inclinazione di circa 40-45° affondando diagonalmente nel terreno per circa 11 metri raggiungendo la profondità, dal livello di campagna, di circa 7-8 metri spargendo resti della parte superiore del corpo, nel raggio di diverse decine di metri.

La particolare conformazione geologica del terreno costituita da argilla compatta, che notoriamente è una roccia sensibilissima all'acqua e con una proprietà impermeabilizzante considerevole, associata all'esplosione e all'incendio del serbatoio del carburante, della fuoriuscita di olio, glicole etilenico e metanolo, oltre alla mancanza di ossigeno in questo ambiente umido, ha permesso la perfetta conservazione dei materiali, dei tessuti e la saponificazione dei corpo.

La dinamica della caduta, le testimonianze oculari e dei piloti americani che parteciparono alla battaglia aerea confermano l'ipotesi che il pilota non fu ucciso durante il combattimento ma solo ferito.

Se fosse stato colpito a morte, infatti, sarebbe caduto immediatamente in avvitamento a breve distanza dal luogo dell'evento (che si stima racchiuso dal quadrilatero compreso tra Villa S. Martino, Lugo, Ascensione, Massa Lombarda) mentre è noto che fuggì dai caccia americani dando tutto motore verso nord mantenendo una rotta rettilinea senza sbandamenti ed ondeggiamenti. Il pilota, almeno nei primi momenti della fuga, era quindi perfettamente cosciente.

Il fatto che sia caduto a circa 10 chilometri di distanza con quell'angolazione di impatto fa presumere che abbia perso conoscenza a seguito di una ferita che potrebbe aver provocato una emorragia letale nel breve volgere di un minuto e quindi che l'aereo, da orizzontale, senza più comando abbia improvvisamente picchiato verso terra.

Che il pilota fosse reclinato nell'abitacolo sul lato destro e che l'aereo fosse ancora a tutta velocità è la prova che era incosciente al punto tale da non poter più compiere alcuna manovra di salvataggio quale lanciarsi con il paracadute o togliere motore e tentare un atterraggio di fortuna considerando che i caccia americani avevano desistito dall'inseguimento.

Molto probabilmente l'emorragia letale potrebbe essere stata provocata da un colpo di mitragliatrice ricevuto alla gamba sinistra, quella che è stata ritrovata staccata dal corpo.

Nei giorni successivi al rinvenimento, procedendo alla pulitura dei rottami dell'aereo, all'interno di una lamiera contorta dell'abitacolo vennero ritrovati alcuni frammenti di osso occipitale e parte dello scalpo assieme ai resti della parte posteriore del caschetto di cuoio e del laringofono.

Anche questi resti umani furono consegnati al custode del cimitero di S. Bernardino dove il corpo è stato custodito fino al 18 ottobre 1998 giorno dei funerali avvenuti a Lugo nella Chiesa del Suffragio e del trasporto e tumulazione al Cimitero di Guerra Tedesco della Futa.

 

 

Dal volume, Un aereo, una storia. H.J.Fischer ed il suo Messerschmitt bf109, a cura di Gian Carlo Stella, Lugo, Walberti editore, 1999. 4°, pp. 176. Con ill. a colori ed in bianco e nero.