Aereo di Guarda di
Molinella (Bologna) Italia.
Pilota: Sergente
Maggiore Rolando Garavaldi.
Velivolo Macchi
205 “Veltro”
Abbattuto il 13
Maggio 1944.
Recupero del 5 Agosto 2000.
LA
RICERCA E L’ORGANIZZAZIONE PER IL RECUPERO.
(di
Gian Carlo Stella)
(Si
sono omesse le note)
1.
LA RICERCA SUL CAMPO.
Ho appreso della caduta di un aereo nei pressi di Molinella da Giorgio
Sambo, personaggio notissimo in certi ambienti tanto in Italia che all’Estero e
che conoscevo di persona avendolo incontrato vent’anni prima nella sua
abitazione a Bologna, dove lo feci ritrovare con mio fratello, entrambi ex
commilitoni a Roma nello stesso battaglione.
Non ebbi con Sambo, da quel
lontano tardo pomeriggio bolognese, alcun tipo di rapporto, sino alle ore 14,30
di lunedì 7 febbraio 2000, quando mi telefonò per un articolo che doveva
preparare relativo alla caduta nel 1944 di un aereo tedesco sul quale avevo da
poco curato la pubblicazione.
Nelle successive due telefonate del 10 febbraio, affiorò in qualche momento della conversazione la storia dell’aereo caduto a Molinella, che precisò meglio anche con due fotografie quando venne personalmente quel lunedì 14 febbraio nella prima serata - qui a casa dove risiedo -, alla presenza del dottor Norino Cani e di Ivano Melandri. Una di queste immagini mostrava un dignitoso cippo, illeggibile, nel quale la penna a biro di Sambo aveva sommariamente e frettolosamente ritoccato le generalità e la data di morte del caduto:
GARAVALDI
Geom.
ROLANDO
Decorato
DI
MEDAGLIA D’ARGENTO
N. il 29 7
1920
M. il 15 4
1944
- I
GENITORI -
Invero, il nostro Comitato
aveva già in segnalazione punti di caduta di diversi velivoli nel territorio
emiliano-romagnolo, raccogliendo informazioni e mappando il territorio.
Quella sera del 14 febbraio, Sambo ebbe un caloroso trasporto verso
questo caso, che pareva di umana ingiustizia per l’impossibilità “politica” dei
genitori di recuperarlo. Ci raccontò dello strazio della madre, e delle sue
visite in quel campo, che poi cessarono da molto tempo, probabilmente per la morte
degli stessi genitori del caduto, visite continuate in seguito da una cugina.
Le informazioni le aveva ricevute da un dipendente comunale di
Molinella, Villiam Tugnoli, che sembrava animato dalla stessa volontà di
tentare il recupero e che diventerà in seguito il punto di riferimento in
Molinella.
Sebbene il nostro Comitato
non fosse al completo nei suoi componenti per la decisione collegiale,
decidemmo comunque di interessarci al caso, e di operare su tre direttrici:
raccogliere informazioni storiche, sul campo localizzare il punto preciso di
impatto per l’eventuale recupero e riuscire a contattare eventuali parenti.
Un nostro primo sopralluogo a Guarda di Molinella avvenne nel primo pomeriggio
del 20 febbraio, eseguito molto sommariamente per l’impossibilità di esaminarlo
causa il terreno bagnato e la recentissima semina. Nell’osservare il cippo,
notai che la data di morte era il 13 maggio e non il 15 aprile. Esaminammo
anche i pochi frammenti dell’aereo raccolti dal padrone del campo e posti
dietro il cippo: due lamierini contorti, chiaramente parti di aereo, ed una
cartuccia con bossolo in ferro da cannone d’aereo Mauser da 20 mm. Decidemmo di
far trascorrere qualche mese, e tornare con un cercametalli, a coltura alta per
non danneggiare il raccolto.
Il secondo sopralluogo doveva svolgersi domenica 30 aprile, ma venne
rimandato causa la pioggia, e potè effettuarsi il pomeriggio di sabato 6
maggio, sebbene avesse ancora piovuto. Con l’ausilio di un piccolo
metaldetector, Ivano Melandri ed Enzo Laconelli rilevarono piccole quantità
inequivocabili di frammenti di aereo, alcuni dei quali con tracce di vernice.
Le testimonianze oculari di alcuni abitanti del luogo davano come certa
la caduta di un aereo in quella porzione di terreno di circa 1 km. quadrato
(100 metri x 100), ed i pochi frammenti recuperati attestavano questo evento,
per cui decidemmo di richiedere autorizzazione per il recupero al Sostituto
Procuratore Generale della Repubblica di Bologna dott. Vito Zincani, inviandone
richiesta scritta in data 3 luglio 2000. Il dottor Zincani ebbe la gentilezza
di telefonarmi il 12 seguente, anticipandomi la concessa autorizzazione che mi
lesse e che mi spedì il giorno stesso, firmata dal Procuratore Generale dott.
Luigi Persico.
Nell’autorizzazione si richiedeva il consenso allo scavo da parte
dell’amministrazione Comune di Molinella, alla quale inoltrai domanda il 15
luglio, allegando copia dell’autorizzazione della Procura di Bologna, sollecitandone
la risposta.
Una operazione del genere
avrebbe richiesto una concomitanza di disponibilità e in uomini ed in mezzi che
il mese che stava trascorrendo non avrebbe certo facilitato se la data doveva
essere spostata anche di un solo giorno. Il Comune mi anticipò telefonicamente
il 24 luglio la concessa autorizzazione, che mi giunse il 26 luglio recante la
data del 21 [sic].
A questo punto decidemmo di effettuare l’ultimo rilevamento con il
potente metaldetector “Pulsar Star II”, in grado di segnalare masse metalliche
a diversi metri di profondità, e ciò per localizzare precisamente il relitto.
Quest’ultimo rilevamento avvenne il pomeriggio di venerdì 28 luglio, a
coltura già raccolta. Alle 17,30 Melandri e Lanconelli entrarono nel campo con
lo strumento ed iniziarono ad interrogare il terreno, suppergiù nel punto dove
il 6 maggio avevano rintracciato i frammenti, ed alle 17,34 un acuto e
prolungato segnale avvertì tutti della presenza di una grossa massa metallica
in profondità. Identico segnale si rilevò alle 17,40 a pochi passi. Lo
strumento non emise altri suoni in un raggio di 30 metri. I segnali vennero
captati a 66 passi a sud dal confine del campo ed a 23 passi ad est dalla
coltura di cipolle rosse.
Quello stesso giorno ci
recammo dalla ditta fratelli Zucchini di Molinella, dove concordammo l’utilizzo
dello scavatore, che scegliemmo con particolari caratteristiche, e che avrebbe
dovuto essere portato sul punto la sera del 4 agosto, dovendo gli scavi
iniziare prestissimo la mattina seguente, non importava con quale tempo
atmosferico.
2. IL
CONTESTO STORICO. CRONOLOGIA
(La ricerca
storica che segue si ferma al 4 agosto 2000. Dopo ebbi modo di consultare altri
documenti, tra cui il libretto di volo di Garavaldi, e di ottenere ulteriori determinanti informazioni,
contenute nel capitolo “La guerra di Rolando Garavaldi”).
Le informazioni che possedevo al febbraio 2000 erano scarse ma
bastevoli per delineare sommariamente il personaggio, il reparto di
appartenenza, e l’operatività militare di quel 1° Gruppo Caccia “Asso di
Bastoni” dove prestò servizio il sergente maggiore pilota Rolando Garavaldi.
Essendo poi un caduto della R.S.I., e dell’Aeronautica Nazionale
Repubblicana in particolare, arma di élite, che ha tutt’ora cultori,
ammiratori, associazioni e periodici, e di cui ancora sopravvivono molti
appartenenti, ero certo che dalla memorialistica esistente e dalle testimoniane
dei reduci, le informazioni su questo abbattimento sarebbero state
circostanziate ed abbondanti. Mi sbagliavo, e di grosso.
Qui è necessario premettere e sottolineare che a 55 anni dalla fine del
conflitto, non esiste alcuna storia “ufficiale” relativa all’esercito della
R.S.I., poiché “dopo il 1945, l’attenzione storiografica dell’ufficio storico
dello stato maggiore dell’esercito [italiano] è stata rivolta esclusivamente
all’appoggio dato dall’esercito agli Alleati nel sud Italia, mentre
l’istituzione dell’esercito della RSI così come l’inquadramento di ufficiali
della RSI nell’esercito italiano del dopoguerra hanno rappresentato a tutt’oggi
un “buco nero” su cui nessuno ha voluto finora fare luce”.
Su tale giudizio, peraltro conosciuto per chi come noi mastica di
storia e specialmente delle sue fonti, ha concordato anche lo studioso Pier
Paolo Battistelli, che ha tracciato una attenta analisi sulla storiografia
della RSI.
Era quindi ovvio che avrei dovuto attingere informazioni da quanto
semi-clandestinamente era stato sino ad oggi edito, in particolare da quella
che maggiormente ha insistito editorialmente nel ricordare positivamente quel
periodo storico e, oralmente, se esistevano, dai compagni di Garavaldi.
Giorgio Sambo mi aveva fornito una lista sommaria dei caduti di quel
Gruppo Caccia, di cui già ne conservavo elenco ricevuto per altra via, ricavata
da una pubblicazione specialistica popolare, dove appariva anche il nome di
Garavaldi senza altra indicazione.
Nell’esaminare la storia dell’A.N.R. di Giorgiò Pisanò, scritto molto
dettagliato circa gli organici e gli aspetti amministrativi, da carte
provenienti da ex combattenti di quell’Arma, la fine di Garavaldi era associata
nel testo ad un combattimento aereo avvenuto il 14 maggio 1944 sopra Forlì, e
così anche riportato nell’elenco che chiude quel capitolo.
Il pezzo così recita: “[…]
Il giorno 14 [maggio], però, tutte le squadriglie, a turno, montarono
“d’allarme”, e in un combattimento a 10 mila metri il capitano Visconti e i
sergenti Cimatti e Mezzani abbatterono ciascuno un Lightning. Il
sergente maggiore Garavaldi, colpito da raffiche nemiche mentre combatteva, precipitò
presso Forlì. Lo stesso giorno [del 14 maggio], nel cielo di Verona, cadde
anche il tenente Bruno Cartosio”.
Quell’episodio era contenuto, per quanto possa valere circa il contenuto e la paternità, tra brani virgolettati del diario privato tenuto dall’allora sergente pilota Luigi Di Cecco, di cui parlerò.
La data del 14 maggio 1944
era senza dubbio sbagliata, se si riferiva a Garavaldi, e personalmente tenevo
per “ufficiale” quella fatta incidere dai genitori del ragazzo, e che lessi
personalmente: 13 maggio 1944.
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Sino a questo momento, si
credeva che Garavaldi fosse caduto durante un combattimento aereo, e così
infatti mi narrò una testimone oculare di Guarda di Molinella, la signora Alba Deserti,
attuale proprietaria del terreno dove l’aereo cadde. In seguito altri testimoni
confermeranno il fatto, e su un solo punto vi fu assoluta concordanza nei
ricordi: che la caduta avvenne nella tarda mattina di quel 13 maggio.
Su Garavaldi chiesi informazioni alla Medaglia d’Oro Luigi Gorrini,
dello stesso Gruppo Caccia in questi termini: “[…] Sappiamo che Lei era in
organico al 1° Gruppo C.T., e quindi probabilmente ha conosciuto, o può avere
notizie, del sergente maggiore pilota Rolando Garavaldi, che dovrebbe essere
nativo di Modena, caduto il 13 maggio 1944. Noi non abbiamo altre notizie su
questo giovane pilota, e quel poco lo sappiamo dalle opere di Nino Arena e di
Giorgio Pisanò, che complessivamente vi dedicano poche righe […]”.
Gorrini rispose il 28 febbraio “[…] Conoscevo bene Rolando Garavaldi in
quanto faceva parte del mio stesso Stormo[:] il 3° prima dell’8 sett. 1943, con
l’A.N.R. lui era alla 2a squadriglia “Vespa” in cui erano
raggruppati tutti i piloti dell’ex 3° Stormo[:] solo due piloti non ne facevano
parte, il sottoscritto ed il ten. Cavatore, [perché] Visconti ci ha voluto
nella sua squadriglia. Partecipai al combattimento del 13 Maggio 44 ma non mi è
noto come venne abbattuto Garavaldi, noi della 1a eravamo impegnati
con bombardieri[,] la 2a impegnava la caccia di scorta[.] Le può
essere preciso Luigi Di Cecco [segue indirizzo] oppure Spartaco Petrignani
[segue indirizzo]. Da parte mia Le invio il libro “Vespa due 85a
Squadriglia” [che è] il curriculum della mia vita militare […]”.
Il 6 marzo 2000 scrivevo a Petrignani e a Di Cecco, confidando in una
risposta, nel mentre scorrevo tutto il volume riguardante Gorrini, dove però
non trovai il nome di Garavaldi.
In una successiva lettera, Gorrini, si augurava “che i piloti da me
indicati nella mia precedente corrispondano con lei e le forniscano le notizie
di suo interesse su Rolando Garavaldi”. E ciò era anche nei miei desideri.
Bisognava a questo punto analizzare bene quella giornata del 13 maggio
1944, che sembrava essere la chiave di volta di tutta la questione, tentando di
stabilire se la caduta fosse avvenuta nella tarda mattina, essendo il momento
in palese contrasto con le poche informazioni possedute, che invece
affermavano, come vedremo, che il combattimento si svolse nel primo pomeriggio.
Circa quella giornata, si legge nel volume di Gorrini: “La mattina del
13 maggio [1944] trascorse tranquilla fino alle 12,30 quando giunse un
preallarme per formazioni in concentramento molto a Sud, ma dopo un certo tempo
fu fatto cessare. Alle 14,20 fu dato l’allarme. Il Gruppo decollò con tutti gli
aerei che gli erano rimasti e si portò a diecimila metri sulla zona di
Viadana-Casalmaggiore dove intercettò i quadrimotori che volavano con rotta
245°. Erano quattro formazioni di B.17 molto distanziate fra loro. Si
trattava complessivamente di circa cento fortezze volanti scortate da caccia.
La formazione vicina era composta da ventisette bombardieri. Considerando la
sua direzione Gorrini non esitò a riconoscere che stavano puntando su Fidenza, e
si preparò al combattimento. […] Il comandante della sua squadriglia dispose i
gregari in due sezioni che al suo segnale attaccarono dall’alto a tre quarti di
muso mentre la 2a e la 3a squadriglia si impegnavano con
i caccia di scorta. L’attacco era stato portato da posizione molto elevata
[…]”. Il secondo attacco Gorrini lo condusse con il tenente Satta, riuscendo a
danneggiare un B.17 ed abbattendo un Thunderbolt. E termina la narrazione
ricordando anche che in quella giornata, lassù in cielo, con lui, vi erano,
oltre Satta, il tenente Cartosio ed il sergente maggiore Marconcini.
Quindi vi fu combattimento, anche secondo il libretto di volo di
Gorrini che conservo per quella data, dove lo dice però partito nel pomeriggio
alle 14,20.
A questo punto era necessario sapere se quando giunse il preallarme
delle 12,30 - se era giusto questo orario -, si alzò in volo qualche velivolo,
tra cui quello di Garavaldi.
Interrogato in proposito, il diario storico del 1° Gruppo Caccia, a
quella data recita: “13 maggio 1944. 25° combattimento p.s.a. otto Mc205 -
nessun abbattimento - perduto un Mc205 - deceduto Serg. Magg. Garavaldi -
deceduto in ospedale M.llo Magnaghi. p.s.a. ventitrè Mc.205 - nessun
avvistamento”.
Questo documento “ufficiale” non ci illumina come vorremmo su quella
giornata, mancando qualsiasi riferimento all’orario. Da questo documento
incontrovertibile (ma bisogna leggerlo con attenzione come tra poco faremo) è
certo che quel 13 maggio il 1° Gruppo Caccia ebbe il suo 25° combattimento con
partenza su allarme; che si alzarono in volo 8 aerei Macchi 205; che un aereo
non ritornò: che morirono in quella giornata il sergente maggiore Garavaldi ed
in ospedale il maresciallo Magnaghi. Che in quella giornata vi fu un’altra
partenza su allarme dove si alzarono in volo 23 Macchi 205 senza che questi
avvistassero il nemico.
Dell’allarme delle ore 12,30 narrato dal Gorrini, il Diario ufficiale
tace.
Il Diario afferma essersi alzati in volo, la prima volta, 8 aerei
Macchi 205; Gorrini non riporta il numero degli aerei partiti, indicando però
la presenza di altri 3 colleghi: Satta, Cartosio, Marconcini.
Il diario parla di una seconda partenza su allarme [riteniamo avvenuto
nel pieno o tardo pomeriggio], dove si alzarono in volo 23 Macchi 205, ma questa
partenza è ignorata dal Gorrini che, stando al volume citato curato dal
Manfredi, quel pomeriggio fece subito dopo l’atterraggio a Reggio Emilia, base
del 1° Gruppo Caccia, una ispezione aerea sopra Fidenza.
Circa i due piloti deceduti di quella giornata, Garavaldi e Magnaghi,
ero certo che quest’ultimo morì in ospedale per una ferita riportata due giorni
prima, quindi la sua morte non fu dovuta al combattimento, come sembrerebbe se
si legge solo quella giornata dal documento complessivo.
A questo punto, le ultime informazioni raccolte avevano ingarbugliato
di più la matassa. Garavaldi era deceduto in combattimento? Tutto stava ad
affermarlo e tutto stava ad escluderlo.
Lo si poteva evincere dal contesto delle informazioni, ma ad escluderlo
erano poi queste stesse fonti, e ciò perché se fosse realmente caduto in
combattimento, la memorialistica dell’epoca e specialmente quella successiva,
sempre solerte a sottolineare soprattutto i sacrifici umani, lo avrebbe
certamente annoverato tra i loro martiri.
Nino Arena, cultore di storia ed appassionato dell’Aeronautica
Nazionale Repubblicana avrebbe senza dubbio dato le risposte che cercavo.
Nell’esaminare la sua ponderosa opera L’Aeronautica Nazionale Repubblicana,
a p. 141 trovo che cita Garavaldi nella didascalia di una fotografia di gruppo,
“[…] Di questi sorridenti piloti ben cinque cadranno in combattimento nei
giorni successivi: Garavaldi […]; Zaccaria […]; Capatti […], Bandini […],
Cimatti […]”. Per Arena, quindi, Garavaldi è caduto in combattimento.
Nella stessa opera, Arena tratta del 1° Gruppo Caccia alle pp. 318-371,
e per quel 13 maggio vi dedica queste 4 righe in un testo a due colonne (p.
353): “13 maggio [1944]. Decollo verso Casalmaggiore per attaccare B.17 e P.47.
Gorrini e Satta colpiscono efficacemente un quadrimotore mentre un P.47 è
abbattuto nella missione”.
Tutto qui. E Garavaldi?
La mattina di sabato 20 maggio 2000 Gorrini (ancora ignaro del nostro
ritrovamento e preventivato recupero di Garavaldi), mi consegnò personalmente
presso Parma l’ultimo numero uscito di “Ali Tricolore”.
Qui, alle pp. 5-6, trovo l’articolo di Franco Pagliano “Quattro su un monoposto”, che ripercorre la
storia di Visconti e del 1° Gruppo Caccia. E leggo:
“[…] Quando, verso a fine dell’aprile ’44, entrò in linea anche il II
Gruppo caccia, il I [comandato da Visconti, dove era in organico Garavaldi]
aveva già perduto la metà dei suoi piloti ed altri ancora ne doveva perdere nel
ciclo operativo svolto in difesa delle città emiliane: cadde il 12 maggio il
maresciallo Magnaghi, il 14 fu abbattuto il valoroso tenente Cartosio, il 25 fu
la volta di Satta e poi Weiss, poi Pignatti Morano, quindi Gorgone, Brighi,
Bartolozzi …[…]”.
E Garavaldi? La giornata del 13 poi è completamente saltata.
Si poteva a questo punto procedere ad una sistematica ricerca presso le
carte dell’Ufficio Storico dell’Aeronautica, sempre che conservasse documenti e
che fossero disponibili alla consultazione, ma preferimmo non farlo per il poco
tempo disponibile e perché non rivestiva l’accaduto quell’interesse storico
generale tale da profondervi energie e danaro.
Avvicinandosi la data del recupero, e non trovando altre notizie su
quella giornata, né su quel pilota, il 25 luglio 2000 decisi di telefonare a
tutti i Garavaldi di Modena e provincia, chiedendo se fossero parenti di un
pilota militare che combattè nella 2a guerra mondiale, evitando di
accennare al servizio prestato durante la RSI. L’esito fu assolutamente
deludente.
Rigirando tra le mani le
poche informazioni su quel 13 maggio 1944, ebbi idea di telefonare a Gorrini
per chiedere delucidazioni su quella giornata, ed informarlo dello scavo
preventivato per il 5 agosto. Gorrini nulla poté dirmi di più di quanto già
dettomi, ma aggiunse un particolare: Garavaldi soffriva di mancanza di ossigeno
od ebbe problemi con l’ossigeno, e la sua caduta probabilmente dovuta alla
troppa elevazione dell’aereo.
Quindi Garavaldi poteva essere stato vittima di un incidente di volo, e non caduto in combattimento. Gli unici che avrebbero potuto dirci qualcosa erano Di Cecco e Petrignani, ma a quella data nessuno dei due avevano risposto alle mie lettere.
Ad ogni modo, dalle
informazioni sinora raccolte ero riuscito a conoscere i nomi di quei piloti che
si alzarono in volo quel 13 maggio 1944: tenenti Bruno Cartosio e Vittorio
Satta, sergenti maggiori Rolando Garavaldi, Luigi Gorrini e Dante Pancaldi,
sergenti Luigi Di Cecco, Giuseppe Marconcini e Spartaco Petrignani.
Se da parte delle fonti
italiane le notizie era incerte, frammentarie e spesso contrastanti su
Garavaldi ed in specie su quella giornata del 13 maggio, le fonti ufficiali
americane, solo recentemente rese pubbliche, lo erano meno.
Il 13 maggio, affermano quei
documenti, si alzarono in volo dalle basi pugliesi, soprattutto quelle nei
dintorni di Foggia, due formazioni di bombardieri scortate da caccia. La prima,
partita alle ore 10,30 formata dal 465° Gruppo (39 bombardieri B 24 Liberator)
e dal 464° Gruppo (35 velivoli), era diretta a Parma, dove giunse
sull’obiettivo alle 14,39 e dove da un altezza di 6 km. bombardarono a tappeto
la città per 12 minuti, sganciando 570 bombe da 500 libbre per 61.155
tonnellate di esplosivo. La seconda formazione, partita circa alle ore 11, era
diretta a Fidenza ed era formata dai Gruppi 376° e 98° sempre del 15° Air Force
(73 bombardieri Liberator). Sopra Capraia venne raggiunta dalla scorta
formata da P-51, ed alle ore 14,50 era su Fidenza, dove iniziarono alle 14,51
il bombardamento che durò circa 15 minuti, sganciando 715 bombe da 500 libbre
per 178,75 tonnellate di esplosivo. Le relazioni ufficiali americane affermano
che nessun loro velivolo, né i caccia di scorta, incontrarono aerei nemici né
contraerea. Nessuna battaglia aerea, quindi.
Ma fu l’unica missione
anglo-americana diretta contro il nord Italia di quella giornata? La domanda
era logica poiché Gorrini parlò di combattimento sostenuto quel pomeriggio del
13 maggio 1944, ed ancora erano troppo insistenti le affermazioni dei testimoni
“a terra” che assicuravano l’aereo di Garavaldi caduto nella tarda mattinata.
Giovedì 27 luglio 2000 venne a trovarmi nel pomeriggio Norino Cani, e decidemmo di telefonare a Spartaco Petrignani e Luigi Di Cecco. Una telefonata a testa. Provò prima Cani col numero di Petrignani, ma non rispose nessuno. Tentò quindi con Di Cecco, che trovò alle 17,15. Da questi finalmente apprendiamo come, secondo lui testimone oculare, fu la fine di Garavaldi. Partirono su allarme quel 13 maggio 1944, e raggiunti i 9-10.000 metri, prima di procedere all’attacco contro le formazioni anglo-americane, vide l’aereo di Garavaldi perdere quota ed allontanarsi dal gruppo, senza che Di Cecco notasse segni di avaria all’aereo né attaccato da aerei nemici. Aggiunse che il corpo del pilota (o parti di esso) era sepolto nel cimitero di Soliera (Modena), confermando la scomparsa da tempo dei suoi genitori.
Nel frattempo telefonavo continuamente a Petrignani, trovando però
sempre la segreteria telefonica.
Il giorno seguente Cani mi chiese di rintracciare a Ferrara o provincia
dei parenti di Garavaldi, poiché Di Cecco, ricordava, gli aveva detto esistere
una cugina del pilota. Sfogliai l’elenco elettronico, ma inutilmente: Ferrara e
provincia non aveva abbonati con questo cognome. Tentai ugualmente venirne a
capo esaminando l’intero elenco di 68.899 voci, nella speranza individuarlo in
un secondo cognome. Giunto però alla fine della lettera B, dopo aver scorso
circa 15.000 nominativi, sospesi.
Alla sera provai nuovamente ed inutilmente a contattare Spartaco Petrignani,
per cui decisi di lasciare un messaggio confidando in una risposta. Ormai le
notizie più attendibili, risolutrici, non potevano che giungermi da lui e dai
resti dell’aereo, se li avessimo trovati.
Il 4 agosto, giorno precedente lo scavo, alle 9,26 miracolosamente mi
telefonò Petrignani, che mi narrò, in una tanto lunga quanto interessante
telefonata protrattasi fino alle 10,35, della sua vita e di Garavaldi. Ricordò
vagamente che cadde non in operazione di guerra ma causa di un malore dovuto all’ossigeno.
Null’altro.
Il 5 agosto 2000, mentre dal punto base osservavo lo scavatore
incurante della pioggia iniziare la sua formidabile lotta per avvicinarsi al
relitto, non avevo certezza storica che lì sotto ci fosse l’aereo di Garavaldi.
Espressi questo dubbio ad alta voce, dubbio rivolto più a me stesso che
ai ricercatori che mi affiancavano, tra cui un ragazzo che, al mio giungere,
era da tempo immobile in piedi, quasi statua, sotto l’ombrello, ad osservare la
fatica della macchina.
L’orario di caduta dell’aereo era già un elemento che doveva far
riflettere. Oltretutto, altre testimonianze del luogo, raccolte da Villiam
Tugnoli, davano per certo il combattimento, cosa invece esclusa da altri
testimoni, tra cui Luigi Di Cecco.
La zona poi, come in pratica tutto il nord Italia, sino alla fine della
guerra fu soggetta ad intense azioni nemiche, e parecchi aerei erano
precipitati, di diversa nazionalità e nello stesso giorno.
No, che lì sotto ci fosse l’aereo di Garavaldi era una ipotesi
sostenuta solo dal cippo.
Nel mentre attendevo che dalla terra mi giungesse una risposta, mi
rivolsi al giovane immobile che continuava impietrito ad osservare lo scavo.
Gli chiesi chi fosse e mi rispose essere il figlio di una testimone oculare
della caduta dell’aereo, indicandomi la casa familiare poco distante ed un
puntino dai capelli bianchi che stava trotterellando verso il sentierino che
portava al bordo dello scavo.
Aveva cessato di piovere, sebbene il cielo si mantenesse completamento
coperto a più strati di nuvole grigie e nere, minacciose. Nessun spiraglio di
bel tempo nemmeno nell’orizzonte più lontano.
Andai incontro alla signora.
Mi confidò subito della forte emozione che stava provando aggiungendo:
“sa, la prima cosa che vidi in quel campo di grano appena caduto l’aereo fu un
bianco fazzoletto con la lettera G ricamata”. Improvvisamente dal cielo cupo si
aprì una ferita ed un intensissimo raggio di sole ci illuminò. Erano
esattamente le 8,46 di quel 5 agosto 2000, e da quel minuto ebbi certezza che
andavamo a riprendere Garavaldi.
LA RICERCA
E LO SCAVO.
Di Ivano
Melandri ed Enzo Lanconelli.
Fare recuperi usando il cercametalli è sicuramente una cosa
appassionante; quando si ha un segnale e si comincia a scavare, non si sa cosa
ci sia sotto terra e rimane fino all’ultimo la curiosità e la “suspance” del
ritrovamento. Quando invece si conosce quello che si sta cercando, rimane
comunque il dubbio della sua esistenza fino a che non si trova una prova
tangibile che confermi la veridicità delle informazioni ricevute.
Dopo alcune esperienze
abbastanza deludenti ed altre assai esaltanti riguardanti recuperi di aerei
della Seconda Guerra Mondiale (sia mie che di altri amici), fummo informati per
la prima volta dall’amico Giorgio Sambo della possibilità di potere effettuare
il recupero di un aereo. Sembrava quasi una ricompensa alla tenacia e alla
volontà di andare in ogni caso avanti che ci aveva accompagnato per parecchi
mesi. Un aereo dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana con pilota ancora a
bordo, una lapide fatta mettere dai genitori, tante vecchie richieste di
effettuare un recupero mai accolte, questo il quadro che Sambo ci delineò nel
nostro primo incontro. Ma veniamo ai fatti.
Sembrava appunto che questo aereo fosse precipitato dopo un
combattimento contro aerei anglo-americani, il 13 maggio 1944, e che da allora
nessuno avesse mai tentato un recupero, anche se i familiari più di una volta
avevano fatto richieste presso varie istituzioni.
La presenza di questo aereo era in pratica certa, i familiari del caduto,
avevano eretto una lapide sul luogo dove era caduto, addirittura con dati
anagrafici (Rolando Garavaldi …) e fotografia.
Dalla testimonianza dei proprietari del terreno risultava addirittura
che i parenti (forse i genitori), dissero, fino agli anni ottanta si fossero
recati periodicamente in visita alla “tomba” del figlio.
Sicuramente la storia si presentava molto particolare, e pensare di
poter effettuare il recupero, molto interessante, sia dal lato freddamente
storico, sia dal lato umano.
Concordammo quindi la necessità di un sopralluogo, per constatare le
effettive possibilità di un recupero e per ascoltare direttamente le
testimonianze dei proprietari del terreno.
Nel frattempo ci saremmo dedicati alla ricerca di dati storici e di
qualche compagno del nostro pilota nella speranza di chiudere il cerchio aperto
il 13 maggio 1944.
Grazie alle enormi potenzialità che “internet” offre, recuperai
l’indirizzo dell’Associazione Reduci dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana
mentre Gian Carlo Stella contattò un reduce d’eccezione: Luigi Gorrini,
l’ultima Medaglia d’Oro vivente dell’Aeronautica Italiana, che sapeva aver
combattuto durante la Repubblica Sociale proprio con Garavaldi.
Un secondo sopralluogo sul campo era doveroso farlo con strumenti di
ricerca, i “racconti” e la lapide non erano sufficienti per dare il via ad un
recupero di questo tipo.
Qui entriamo in campo Lanconelli Enzo ed io, già “veterani” di altri
tre recuperi di questo tipo e da anni impegnati in ricerche con l’ausilio dei
rilevatori metallici.
La prima scansione del terreno è prassi farla con un cercametalli di
superficie, in primo luogo perché è necessario rilevare l’ubicazione dell’area
(normalmente abbastanza vasta) dove in questi casi sono sparsi i frammenti creatisi
nell’impatto del velivolo con il terreno, in secondo luogo è necessario fare
una “pulizia” superficiale del terreno, per evitare che quando verrà poi
eseguita una scansione in profondità, i piccoli frammenti, spesso molto vicini
fra di loro diano falsi segnali che possono fuorviare l’effettiva rilevazione
della verticale di scavo.
Questo è in sostanza il metodo che abbiamo usato.
Nel pomeriggio del 6 maggio Lanconelli,
Stella ed io ci rechiamo a Molinella dove Sambo e Tugnoli (il nostro contatto
in zona), ci attendevano per accompagnarci nel campo dove avremmo fatto la
ricerca. Conosciuto il proprietario, sig. Poli, abbiamo ascoltato con interesse
la testimonianza di sua moglie, che all’epoca dell’abbattimento aveva visto
l’aereo precipitare.
Seguendo le indicazioni del sig. Poli ci siamo preparati ed
abbiamo iniziato la ricognizione con il cercametalli. Sono stati sufficienti
pochi minuti ed il primo pezzo (un piccolo frammento di lamiera in alluminio)
viene trovato. Continuando la ricerca altri se ne sono aggiunti: brandelli di
alluminio verniciati, pezzi più grossi probabilmente della struttura portante.
L’area dove si trovavano i pezzi era di circa 400 metri
quadrati, molto somigliante come forma ad un ellisse. A questo punto non
restava che preparare tutti i permessi, organizzare lo scavo e fare tutte le
ricerche per chiarire gli avvenimenti del 13 maggio 1944. Un secondo
sopralluogo con un cercametalli di profondità si sarebbe eseguito poco prima
dello scavo, per localizzare con esattezza la verticale dell’aereo.
Dopo diversi contatti telefonici e diversi invii di materiale cartaceo
riguardante il 1° Gruppo Caccia “Asso di bastoni”, del quale come dicevo
facevano parte sia Gorrini sia Garavaldi, si decise di incontrare Gorrini.
Avvenne presso Parma, poiché anche in quella zona era precipitato nel
1944 un aereo del 1° Gruppo Caccia, in occasione di un sopralluogo con
rilevatori metallici, ma questa è un’altra storia.
Durante la giornata che rimanemmo in sua compagnia, lo mettemmo a
conoscenza della possibilità di recuperare Garavaldi (il primo sopralluogo con
rilevatori metallici era avvenuto da pochi giorni). Rientrati da Parma
cominciammo a riordinare i dati finora raccolti (specialità di Stella) e a
cercare di chiarire gli ultimi punti oscuri che rimanevano, in attesa del
sondaggio dell’area di scavo con un rilevatore di profondità.
Come per le altre ricognizioni, punto di ritrovo Molinella, presenti
Lanconelli, Stella, Cani, Zaccari, Tugnoli ed io. Ci
siamo recati a casa Poli dove ci aspettavano, curiosi anche loro di vedere
quello che saremmo riusciti a rilevare. Un
“provvidenziale” (solo per noi) guasto ad una macchina agricola ci permise di
effettuare la ricerca senza interrompere il lavoro di raccolta del prodotto sul
campo, dando così modo anche a loro di seguire le ricerche.
Per i rilevamenti in profondità esistono dei cercametalli progettati a
questo scopo, non hanno la sensibilità per captare la presenza di un piccolo
pezzo in superficie, ma riescono a segnalare la presenza di una grossa massa
metallica anche a parecchi metri di profondità.
Per questa ricerca è stato usato un metaldetector tipo “Pulsar II”,
messo a disposizione dal Club AREA (di cui sia Lanconelli che io facciamo
parte), associazione di volontariato che si occupa di ricerche mediante
rilevatori metallici. Questo strumento è stato utilizzato da noi anche per
tutti gli altri recuperi, quindi conoscevamo bene la sua sensibilità e
l’esattezza nei rilevamenti anche a grandi profondità (il massimo per noi è
stato di 8 metri).
Utilizzando gli accessori per la ricerca più profonda, (un’antenna
quadrata di 2 metri di lato) ci siamo recati di nuovo sul campo dove avevamo
trovato i pezzi dell’aereo, e nel giro di pochi minuti abbiamo captato il
segnale, forte ed esteso quindi inequivocabile. La zona di scavo risulterà di
circa 3 metri di larghezza e lunga otto.
Una volta certi della posizione e della vastità del segnale, bisognava
reperire l’escavatore. Sfortunatamente Molinella si trovava troppo distante per
far intervenire l’amico Benzoni (operatore dell’escavatore in altri tre
recuperi), per cui si decise per uno del luogo, prendendo contatto lo stesso
pomeriggio con la ditta dei F.lli Zucchini di Molinella. La disponibilità fu
immediata: appuntamento per lo scavo, sabato 5 agosto alle ore 06.00.
Finalmente ci siamo.
In breve tempo, siamo riusciti grazie all’affiatamento ad al lavoro di
tutti noi ad arrivare al giorno dello scavo, il giorno che ripaga di tanti mesi
di lavoro, incertezze, dubbi e speranze.
Già dal Venerdì sera tre amici: Banini Ermete, Benedetti Elena e
Zaccari Silvano, si portarono sul luogo con un camper come base operativa ed un
camion per il trasporto dei pezzi. Tutti gli altri attendono il suono della
sveglia, nella speranza che il tempo migliori poiché il venerdì ha
“spiovviginato” per tutto il giorno.
Per molti è sicuramente difficile addormentarsi, soprattutto per chi si
accinge per la prima volta a compiere una operazione di questo tipo, gli altri
invece sanno già che non dormiranno affatto.
Sabato 04.30 suona la sveglia. Mi alzo, e guardando subito dalla
finestra, sfortunatamente vedo che la situazione meteo del venerdì non è
mutata, come non cambiano i nostri piani, troppa gente e troppi mezzi sono
stati mobilitati, quindi mi accingo a partire.
Primo punto d’incontro Alfonsine dove attendo il gruppo dell’AREA
proveniente da Ravenna, quindi ci portiamo a Fusignano, dove ci si aggregano
agli altri amici dell’ “Agmen Quadratum” e quindi si prosegue per Guarda di
Molinella, osservando continuamente il cielo che si fa sempre più cupo e che fa
cadere l’acqua sempre più insistentemente.
Arrivati sul campo tutti ci prepariamo con abbigliamento impermeabile e
ci dirigiamo verso la nostra “base operativa” il camper. L’escavatore è già
pronto in mezzo al campo e l’operatore il bravissimo Pietro Pregnolato, ai
comandi, è in attesa di iniziare. Dopo un breve “briefing” composto più da
sguardi che di parole, la decisione viene presa: mi dirigo verso l’escavatore e
dopo i convenevoli con l’operatore do il via allo scavo.
IL RECUPERO.
Di Ivano Melandri.
L’escavatorista comincia a graffiare il terreno con la pala. Subito ci
si rende conto che fortunatamente il terreno sottostante non è bagnato
nonostante la pioggia caduta nella notte e quella che tuttora cade.
Lo scavo inizia dal punto dove era stato rilevato il segnale più
potente, e man mano che si scende, comincia ad affiorare qualche traccia di
agglomerati di ossido d’alluminio. Nessun pezzo interessante appare finché non
arriviamo ad una profondità di circa tre metri, quando affiora un pezzo di
lamiera in alluminio ricoperta di rivetti, probabilmente parte della struttura
portante dell’aereo, che al momento è quasi impossibile identificare meglio.
Sullo scavo siamo in parecchi: i ragazzi dell’AREA, Cani, Sambo,
Zaccari, Laghi, Babini, Vistoli (con la telecamera avvolta nel nailon),
io e qualche curioso che nonostante il tempo proibitivo si è recato a Guarda
per vedere cosa saremmo riusciti a trovare. Tutti osservano il “buco” nella speranza
di veder affiorare qualcosa di significativo, un pezzo che confermi che si
tratta di un aereo italiano, perché finché non avremo una prova tangibile,
rimane solo il cippo con il nome di Rolando Garavaldi.
Una bennata dell’escavatore porta in superficie dei pezzi, vado
immediatamente a vedere: vari pezzi di lamiere e parte del serbatoio.
“Quindi se è effettivamente un Macchi, siamo a ridosso della cabina”
(questo è stato il primo ragionamento che ho fatto). Ora bisognava procedere
con cautela ed allargare lo scavo, informazioni che comunico immediatamente
all’operatore del mezzo, sperando in questo modo di non danneggiare
ulteriormente ciò che resta della cabina di guida ma soprattutto di recuperare
il corpo del pilota senza straziarlo ulteriormente.
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Salgono in superficie diverse altre “bennate” di materiale ed i ragazzi
che si occupano di controllare la terra di scavo compiono il loro lavoro in maniera
efficacissima (i ragazzi dell’AREA erano stati invitati proprio per adempiere a
questo compito, da eseguirsi soprattutto con il cercametalli) e faticosissima
in quanto il terreno semi argilloso che viene scavato comincia ad essere
bagnato e quando si mischia con quello di superficie (impregnato d’acqua),
diventa veramente arduo sia muoversi che cercare di recuperare i pezzi che vi
si trovano intrappolati.
Un pezzo interessante risale in superficie: è il pneumatico di uno dei
carrelli sub alari, è squarciato ma si riesce a leggere chiaramente la marca,
una nota marca di pneumatici italiani; ora sono sicuro che l’aereo è italiano e
molto probabilmente è proprio quello che cercavamo noi.
Lo scavo si allarga e diventa sempre più profondo, e sfortunatamente
continua a franare impegnando l’operatore che deve togliere di tanto in tanto
la terra che cede, provocando un notevole prolungamento dei tempi di scavo.
Si continua comunque a portare in superficie parti degli impianti
interni (idraulico, pneumatico, elettrico), lamiere più o meno grandi, pezzi
provenienti dalle più disparate parti dell’aereo. Non siamo più, come avevo
pensato, vicini alla cabina, certamente il velivolo penetrando nel terreno deve
aver girato su se stesso “rimescolandosi”. Non si sa più in quale parte
dell’aereo si sta lavorando.
Siamo a circa sei metri di profondità, e troviamo il primo proiettile,
un 12,7 di una delle due Breda Safat di cui era dotato. Siamo già oltre la
cabina, quindi l’ipotesi della condizione dell’aereo che avevo fatto si
preannuncia sfortunatamente esatta.
A circa a sette metri di profondità, la benna sale dal profondo dello
scavo con agganciato il paracadute, integro. Siamo tutti ed in prima fila e con
Cani ci accingiamo a vedere se Garavaldi c’è, se ciò che resta di lui è ancora
imbracato in quelle cinghie.
Qualcosa c’è. Poco. Cani molto accuratamente recupera parti del corpo,
ossa, pezzi di indumenti e parte del caschetto in cuoio di cui erano dotati i nostri
piloti, ma niente che confermi di chi siano quei poveri resti. Niente piastrino
e documenti personali.
Altre due benne colme di materiale salgono in superficie, uno dei
carrelli sub alari, ed il carrellino posteriore completo di tutto il sistema di
movimento (con ancora la gomma gonfia, incredibile).
Un altro pezzo di sicuro interesse risale in superficie: il cannone
Mauser MG 151, un po’ malridotto ma comunque ben riconoscibile. Risalgono pezzi
interni dell’abitacolo: parte del cruscotto, la radio, indicatori, manettini,
la cloche completa e altri pezzi relativi ai comandi.
Mentre sono indaffarato nel lavoro, mi accorgo che è arrivato anche
Luigi Gorrini (che già avevo conosciuto a Parma), lo saluto e ci scambiamo
qualche opinione; lo vedo comunque teso, è sicuramente la prima volta che si
trova coinvolto in una situazione di questo tipo.
L’escavatore non riesce più a lavorare. Siamo troppo in basso, quindi
si crea una piazzola più bassa per poter proseguire, siamo oltre i sette metri
di profondità.
Quando riprendiamo a scavare, risale un altro pezzo interessante,
mischiata a terra e relitti irriconoscibili; intravediamo la corazza del
sedile. Qualcuno chiama Cani, ci sono ancora resti del pilota. Accuratamente
esaminata tutta la terra e i relitti vicini alla corazza, vengono recuperati
parti umane e diversi frammenti dell’uniforme, lacerati e sporchi, quasi
irriconoscibili.
Poi la terra restituisce il motore, sicuramente l’ultimo pezzo, il più
pesante, quello che affonda maggiormente e che trascina nella sua scia il resto
del relitto.
E’ spezzato in due grossi pezzi tenuti assieme da un’unica biella,
mentre altri pezzi più piccoli (della grandezza di uno dei suoi cilindri) sono
mischiati all’argilla.
Siamo alla fine dello scavo, non riemerge più nulla dal fondo. Il
terreno continua a cedere, una fetta larga un metro e profonda nove si stacca
da un fianco di quella che è diventata una voragine, non è più possibile
continuare, è troppo pericoloso per l’incolumità di chi opera nei pressi dello
scavo.
Anche qui un breve “briefing”, e decidiamo di chiudere. Chiedo agli
amici dall’altra parte dello scavo di allontanarsi (solo ora mi accorgo che
abbiamo trovato anche una delle mitragliatrici Breda). Spiego che ci fermiamo
per via del pericolo. Mi avvicino al bravissimo Pietro Pregnolato (che già
aveva capito la situazione) e gli chiedo di richiudere.
Sono comunque quasi le tredici, e sia per noi, sia per l’escavatorista
è giunta l’ora di fare una piccola pausa per il pranzo (dalle quattro del
mattino non avevamo mangiato nulla) riprenderemo subito dopo la pausa la
chiusura dello scavo ed il recupero dei pezzi ancora mescolati alla terra
scavata.
Breve ma intenso pranzo tipo campeggio (e qui devo fare i complimenti
ad Elena) e riprendiamo. Poco dopo gli amici dell’AREA ci salutano e rientrano,
tutti molto soddisfatti, sia per la nuova esperienza, sia per il buon lavoro di
recupero che hanno compiuto.
Riprendiamo le ricerche nella terra scavata rimasta ai margini della
voragine, mentre l’escavatore lentamente comincia a richiudere l’enorme fossa
che, al massimo delle sue dimensioni, è di circa nove metri di profondità e
quindici metri di larghezza.
Siamo rimasti in cinque a raccogliere gli ultimi pezzi: Cani, i
fratelli Callini e Diversi (che ci avevano raggiunto nella mattinata) ed io.
Nel giro di circa due ore riusciamo a raccogliere quanto è rimasto
(così ci sembrava; il giorno dopo sarà raccolta ancora una cassa di piccoli
frammenti). Appena in tempo, la situazione meteorologica stava velocemente
peggiorando, come nella mattinata la pioggia ci aveva lasciato, e ci aveva
permesso di compiere il nostro lavoro, così ora che avevamo finito riprendeva,
riguadagnando il tempo perduto.
Nel giro di venti minuti il campo era allagato e sia il camper, sia il
camion su cui avevamo caricato i pezzi recuperati, erano impossibilitati a
muoversi, bloccati nel fango al punto che si dovette far intervenire
l’escavatore per estrarli.
Sconsiglio Stella ad avventurarsi sul punto dello scavo per l’evidente
pericolosità, ma non mi da retta.
Una volta liberati i mezzi, la giornata per noi era finita, in maniera
estremamente positiva: aereo recuperato nelle parti principali, e pilota
sfortunatamente solo in parte. Di più sinceramente non si poteva fare. Con
molta soddisfazione e molta stanchezza, porgiamo i saluti alla famiglia Poli (i
proprietari del terreno), che noto sensibilmente commossi.
Concludendo questa relazione, non posso dimenticare di ringraziare i locali Carabinieri che ci hanno dato la massima collaborazione e che hanno avuto un comportamento ineccepibile, come i Vigili Urbani per la disponibilità offertaci, sia per il ricovero serale dei mezzi (il camion fu alloggiato nei loro magazzini), sia per la piccola bara destinata a ricevere i resti del pilota che si sono offerti di pagare.
Ora siamo certi che si tratta di Garavaldi, sul campo durante lo scavo
Stella raccolse una testimonianza decisiva per l’identificazione del pilota.
Grazie alle ricerche che sono state fatte e che si stanno facendo
mentre scrivo, forse riusciremo a fare luce su quello che è successo quel 13
maggio 1944, in modo che la conclusione di questa nostra avventura non sia solo
un freddo resoconto di uno scavo e del materiale ritrovato.
LO SCAVO
ED I RESTI DEL PILOTA.
Di Norino
Cani.
Dopo mesi di lavoro spesi per organizzare le operazioni di scavo,
finalmente la mattina del 5 agosto ero sul campo in attesa del recupero dei
resti del sergente maggiore Rolando Garavaldi.
Il giorno sconsigliava una impresa del genere, ma ormai tutto era stato
stabilito e non era certo il caso di rimandare ad altra data per poi trovarci
probabilmente nella stessa situazione, visto il tempo inclemente che aveva
imperversato per tutto il mese di luglio.
Dato il via alla scavatrice alle ore 6,46, i primi resti dell’aereo incominciarono
ad apparire verso le ore 9,30 e si estrassero sino alla profondità di circa 8
metri.
Il tempo, come per Fischer, due anni fa, si era fermato al momento
dell’evento, non una macchia di ruggine o di ossido.
Alle ore 10 la benna agganciava il paracadute, indizio certo che il
corpo, o quello che restava di Garavaldi, era vicino.
Il successivo carico della pala meccanica, infatti, riusciva a caricare
tutto il materiale dell’abitacolo del Macchi, tra cui i resti del pilota, che
evidenziavano una violenza tremenda dell’impatto al suolo.
La parte destra e sinistra del caschetto di volo con cinturino di
chiusura, compreso l’auricolare destro; diversi frammenti di tessuto
probabilmente della tuta di volo, resti ossei, cutanei, parti di indumenti
intimi, della giacca, e scarponi bassi con il fondo gomma tipo “carroarmato”;
nulla della dotazione personale militare (pistola, lanciarazzi, pugnale,
bussola, etc.), ed effetti propri, sono stati recuperati.
Nei giorni successivi durante la pulizia dei rottami altri resti umani e di vestiario vennero trovati, ma quello che più colpì, fu che alcuni strumenti testimoniavano un fatto ancora più drammatico: il pilota si rese sicuramente conto che qualcosa non andava, avaria al motore, o malore, o ferimento in combattimento, questo non lo sapremo mai, ma è indubbio che la leva del comando gas era al minimo, il contagiri fermo sui 1.700 giri al minuto, e sembra che la leva del carrello fosse in posizione di uscita; cercò quindi in qualche modo di limitare i danni tentando un atterraggio disperato?
Dal
volume: L’aereo Macchi 205 “Veltro” caduto a Guarda di Molinella il 14
maggio 1944. storia di un episodio di guerra e del suo pilota recuperato il 5
agosto 2000, a cura di Gian Carlo Stella,
Bagnacavallo, Tipografia Zattoni, 2000. 4°, pp. 56. Con 34 ill. a colori,
facsimili e 10 fotografie in bianco e nero nel testo.